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giovedì 29 novembre 2012

La cosa che non ti ho detto



Il mio capo deve aver pensato: 30 anni di attività, un settore che non conosce crisi, solo personale specializzato e un’organizzazione collaudata: cosa mai potrà scuotere le fondamenta di questa struttura? Niente!

Pensava lui. E invece no. E’ bastato l’arrivo di un dottorino spagnolo e il perfetto equilibrio di questa struttura è finito in 1000 e più coriandoli.

Collaborazione? Non si sa più nemmeno cosa sia: le infermiere si prendono a bastonate per essere in turno con lui. Si imbrattano i camici a vicenda, si nascondono chiavi e strumenti di lavoro, non c’è limite alla competizione: ogni dispetto diventa lecito con la giustificazione che in amore e in guerra tutto è permesso. Alla faccia della Convenzione di Ginevra.

Quando si sparge la voce che il bell’Andrès sta per arrivare, il nostro ufficio si trasforma in un pollaio in fiamme: c’è gente che corre da tutte le parti. Chi in bagno per una controllatina (mannaggia guarda che faccia che c’ho), chi scappa a cercare gli appunti di spagnolo per poterlo accogliere con un “Buenos dìas” perfetto cui lui non possa fare a meno di rispondere, “Sì si bonita, vamos todos a fare la corrrida.” 

Perfino E., pluridecorata guerriera della notte, se ne esce con una vocetta tutta miele, riuscendo a nascondere ogni traccia del suo fiele. Per non parlare di L., una che ingoia un ombrello intero piuttosto di darti una mano, ma che nel caso ci sia l’Andrès ti cinguetta, “Se serve fammi un chiamo che vengo su.” Vengo su?! Ma se 2 minuti fa mi hai vista passare con 102 cartelle in mano e m’hai pure dato uno spintone…

Per non parlare del personale maschile: invidie, calunnie, pazienti rubati e turni che saltano. E tutto perché si son rotti gli equilibri, troppi galli nel pollaio.

Con l’Andrès è così, se non vedi non ci credi. Piace alle donne, piace agli uomini, e questo suo voler stare sulle sue crea competizione e frustrazione. Eppure non potrei dire che sia bello, è un lungagnone curvo, malinconico e patito. Ma è sempre galante, tenero,  attento, è uno che ti porta nella favola; per non parlare di quel suo strascicare le parole che smuoverebbe l’ormone anche alla Bindi.

Chissà come se la gode Andrès, verrebbe da pensare; chissà come se la ride alla facciaccia nostra. E invece no. Dimagrisce sempre di più, ogni giorno è sempre più pallido e smunto.

Gli manca casa sua, dice Collega 2. E’ innamorato, dice Collega 1.
Nasconde un segreto, penso io. Sì perché Andrès è gay. Inequivocabilmente, innegabilmente, incontrovertibilmente  gay. Non si vede, non lo diresti mai, ma lo è. Lo so perchè l’ho visto, una sera al mare, con un amico, negli occhi uno sguardo di cui non lo credevo capace.

Ma di essere gay è una cosa che non puoi dire in una struttura sanitaria, di provincia perdipiù. Non puoi permetterti di dire una cosa così grande e sperare che non cambi nulla. Si imbarazzerebbero i colleghi, riderebbero le colleghe, ti rifiuterebbero i pazienti. Perché un dottore incompetente si può perdonare (a chi non è mai successo di sbagliare in fondo), ma un dottore gay proprio no. E questo Andrès lo sa, sa cosa vuol dire pregiudizio, anche se detto in una lingua che non è la sua, per cui si guarda bene dal dire qualcosa. E tace.

Nel frattempo continua a  far sospirare le donne e ad esasperare gli uomini, in un crescendo di gelosie e vendette, ma la continua finzione lo consuma e lo stravolge. E il pregiudizio, ancora una volta, resta l’unico vincitore. 




giovedì 16 febbraio 2012

Di pregiudizi e di vita

Mi piace il pesce e ogni tanto lo cucino anche. Ma non lo compro dal pescivendolo, preferisco andare direttamente da un pescatore che si chiama Gaetano. Al suo ritorno a casa dopo una nottata di lavoro c’è sempre un gruppetto di donne ad attenderlo e a mettergli fretta. Lui tira giù dal camion le sue cassette, pesa, impacchetta, ascolta impassibile il vivace scambio di ricette e di consigli. Dice buongiorno, grazie. Raramente aggiunge qualche parola in più.
L’aspetto un po’ lo penalizza, devo dire. Non che sia brutto, ma ha l’aria un po’ equivoca di uno che passa il suo tempo a mettere banconote negli slip di signorine con la quinta. Ha le mani tagliate dalle reti e la faccia segnata dal freddo, dalla fatica e da una vita fatta solo di dispiaceri, sempre vessato da un fratello balordo e dalle sue continue richieste di soldi, culminate nelle violenze fisiche e nell’intervento della polizia una volta che Gaetano ha provato per la prima volta a dire di no.
E’ un omino timido, riservato, che è fin troppo facile catalogare come scorbutico. Ma è gentile. Ogni volta mi dice: “Lo pulisco io il pesce, perché TE, con quelle mani lì, non puoi saperlo fare.”
Un bel giorno Gaetano si è messo in casa una moldava conosciuta chissà dove e chissà come. “Ecco il Gaetano con la sua puttanissima moglie – diceva la gente quando lo incrociava -  così quello che gli lascia il fratello glielo porta via lei.”
Ma Gaetano non ha scelto un esserino capriccioso dedito alla messa in piega, quanto piuttosto un bel donnone buono per tutte le stagioni, con l’aria di una che stacca la testa alle anguille a mani nude e che il perizoma lo usa semmai come filo interdentale. E gli effetti del suo arrivo si sono visti subito: ha ripulito la casa, ha messo nuove tende alle finestre e soprattutto, ha cambiato la serratura. E adesso il fratello di lui per entrare deve suonare il campanello e chiedere permesso.
Non dovendo più mantenere quella fastidiosa sanguisuga, Gaetano si è finalmente visto due euro in tasca e adesso gira per la città con i suoi maglioncini sgargianti (perché la Gabriela è sì tanto brava, ma sempre moldava è) e ha anche messo su qualche chilo. Non sorride ancora, probabilmente perché non ha mai imparato, ma ha l’aria serena di chi é in pace con sé stesso.
“Se scegli guardando con gli occhi vorresti solo il pesce pregiato, come questi scampi o le capesante – mi ha detto un giorno – ma se guardi con gli occhi del buon senso, prendi il pesce più fresco. E magari porti a casa una cartoccio di sardine. Il bello è riuscire a fare qualcosa di buono con quello che ti capita.”
Ecco, io penso che Gabriela sia il suo personale cartoccio di sardine. E se guardo con gli occhi vedo l’ennesimo maschio un po’ avanti con l’età che si è messo in casa una straniera, ma se guardo con gli occhi del buon senso, vedo invece un uomo che ha finalmente trovato la sua strada.
Vai così Gaetano. TE sì che sei saggio.