mercoledì 30 maggio 2012

29 maggio 2012

Arrivo tardi, come al solito non ho dormito. Arraffo un caffè alla macchinetta bevendolo mentre salgo le scale. Perché il caffè delle macchinette sa sempre di esperimento chimico..?!, penso. Non appena metto piede in ufficio Collega 2 mi regala uno dei suoi immancabili sorrisi da inno alla gioia: non sono ancora le 8 e mezza e già la odio. E’ così ogni giorno; prima delle 10.00 non riesco a volerle bene: la sua energia mattutina mi sfinisce.

“Buenos dìas!” – eccola là. Da quando Andrès, il dottorino spagnolo, ha rifiutato le sue lezioni di italo-veneto, ha cominciato lei ad imparare la lingua ispanica e da allora ci saccagna tutti i momenti con queste sue frasi da manualetto turistico.

“Dònde està la Plaza Major?” “Podrìa repetirlo, por favor?” e ripete la “erre” all’infinito come se fosse affetta da un fastidioso prurito al palato.
Pensare che le basterebbe aprire un bottone in più della camicia e Andrès si scioglierebbe in un momento. Bah.

Guardo l’orologio: le 9.00 appena e penso che se non bevo subito un altro caffè non arriverò mai viva alle 9 e mezza. Mentre cerco una possibile scusa per scendere di nuovo, un grido mi sveglia seduta stante. Alzo gli occhi e vedo Collega 1 con l’occhio a palla e il ciuffo insolitamente scompigliato: mi spaventa più quello che le parole che sento ripetere da più parti: Il terremoto! Il terremoto! Tutto intorno a noi trema, la corrente va via, i faldoni negli scaffali più in alto cadono rovinosamente a terra con un tonfo sordo. 

Ci precipitiamo sulle scale, ci uniamo ad un fiume di altre persone che corre giù, in preda al panico più totale. C’é chi é vestito, chi é fuggito dagli ambulatori così com’era, con le scarpe in mano o in sottoveste. E c’é chi non può camminare e dalla sedia a rotelle ci guarda rassegnato, come chi quella paura e quell’impotenza, le vive tutti i giorni.

Alla fine ci ammassiamo in strada, fra allarmi che suonano, cani che abbaiano e sirene spiegate di ambulanze e pompieri. Ci si fa coraggio, ci si cerca tra la folla e il pensiero va subito alle persone più care, ai bambini e a chi, immobile in un letto, non può far altro che sperare. Si fanno girare quei pochi telefonini che ci sono, tutti gli altri son rimasti di sopra, nella fretta di fuggire, ma le linee non funzionano e l’impossibilità di rassicurare e di essere rassicurati sarà anche peggiore del terremoto stesso. La stessa scena si ripeterà alle 10 e mezzo e poi ancora all’una. Nel mezzo, tanta paura, il crollo di qualche cornicione, molte crepe e la caduta di alcuni casolari diroccati. E mentre noi scendevamo le scale di corsa, raccoglievamo più volte gli stessi oggetti e raddrizzavamo quadri, 17 persone perdevano la vita.

E anch'io che non credo alla fortuna, oggi mi sento fortunata.

sabato 26 maggio 2012

101.001, 100.002, 100.003.....

Da anni dormo poco, ultimamente 2 o 3 ore per notte. A volte meno, quasi mai di più. Mi alzo, vagolo per la casa, accendo la tv per non sentire il ronzio che c’é nella mia testa. Di notte in casa non ci sono svaghi ma anche in tv ci sono più culi che canali. Di solito cerco pace nelle pagine di un libro, ma a quell’ora si é troppo esposti, occorre fare attenzione nelle scelte. La mente é più lucida, i ricordi più nitidi e c’é troppo tempo per pensare. Bisogna quindi evitare letture che smuovano conflitti mai sopiti, che risveglino inquietudini mai risolte, perché non ci sono squilli di telefonini o le interruzioni diurne a venirti a salvare. A quell’ora la leggerezza acquista un fascino tutto suo e l’alienazione da sè diventa il più ambito dei traguardi.
Potessi, in quelle lunghe ore vorrei chiudere gli occhi ed ascoltare storie: magari quelle piccole, di tutti i giorni, che piacciono tanto a me. Vorrei conoscere la storia dello spazzino, del giardiniere, del portinaio. Vorrei sapere del figlio che non trova lavoro e cerca svago nei videopoker, raccontando a dei cinesi annoiati e un po’ distratti di quando all’oratorio era campione di ping pong; vorrei sapere della cognata belloccia che dopo 5 anni sta ancora a chiedersi se con il Luigi stiano davvero insieme oppure no. E se quando lui le dice “Non voglio vivere con te per non banalizzare la nostra unione” lei la accolga come la felice intuizione di un poeta o la banale presa per il culo di un postadolescente preinvecchiato e un po’ cialtrone.
Vorrei perdermi, crogiolarmi e rotolarmi nelle vite degli altri, di chiunque altro, per poter trovare finalmente conforto in una notte senza sogni ma fatta finalmente di nulla.
E invece, puntualmente, il suono della sveglia mi trova nel mio perenne stato di coma vigile e per rimettere insieme le forze non basterebbe nemmeno un manuale dell’Ikea.
E quando scendo le scale la mia vicina che a quell’ora ha già passato la cera ai mobili, cotto due torte, rassettato la casa e potato le piante mi accoglie con uno squillante:
“Ma buongiooooorno!!!!! Non é una giornata troppo bella per dormire????”
E lì capisci che se non hai nemmeno la forza di mandarla fanculo, hai davvero toccato il fondo. 

venerdì 18 maggio 2012

Il mondo senza audio

Parenti e amici ce l’hanno con me perché a loro dire non faccio abbastanza: non li so consolare, non sento il bisogno di aggiornarli ogni momento, non mi arrabbio a sufficienza con i dottori, non riesco ad impedire che l’inevitabile si compia. Gli zii materni dicono “sta vicino a tua madre”; quelli paterni “sta vicino a tuo padre.” Gli amici dicono che dovrei uscire di più, c’é chi pensa che dovrei lavorare di meno. La mia amica ce l’ha con me perché non so più ascoltare e perché del mio dolore io non so parlare. Mio fratello ce l’ha con me perché ascolto tutti. Mio padre ce l’ha con me a prescindere. 

Vorrei staccare la spina, vorrei mettere la mia vita in stand by e riprendere fiato.

Nell’impossibilità di farlo, ho tagliato quelli che sono i contatti che a questa vita mi tengono collegata e ho spento cellulare, fisso e pc. E come già sapevo, il mondo é andato avanti anche senza di me. Anzi, meglio che con me.

E penso che a questo mondo in pausa mi potrei anche abituare.

sabato 12 maggio 2012

Quando il troppo stroppia


Collega 1 è bella. E’ anche simpatica. Ha un fisicone, si veste con 2 euro e ancora ti giri a guardarla. E’ anche competente, efficiente, puntuale e precisa; capace di individuare la macchiolina che hai sulla scarpa, di correggerti anche l’errore che hai solo pensato di fare. Una per cui non c’è problema che non possa essere sintetizzato in un foglio di Excel. Il sudore non la gualcisce, il vento non la spettina, l’umidità non la increspa, é sempre perfetta, inappuntabile, ineccepibile e irreprensibile. Una con cui il confronto di prima mattina ti fa venir la voglia di tornare a letto e di non alzarti mai più. O comunque non prima di esserti fatta una piega decente, duemila lampade,  un paio di interventini di chirurgia estetica e preso due master.
Ieri mattina leggevo un messaggio di un amico e nel farlo mi veniva da ridere.
“Leggi le barzellette?”, chiede lei con ironia.

“No – spiego – ho un amico spiritoso.”

“Se trovo io un amico di quelli come dico io – osserva ridendo – lo chiudo in casa per un mese. Lo uso e ne abuso finché non lo vengono a salvare i pompieri, guarda.”
Alzo gli occhi stupita: ha tutta la mia attenzione.
E ci racconta, in un raro momento di confidenza, che non ha più avuto nessuna storia dalla separazione dal marito, avvenuta circa 8 anni prima.
“Se sei stata scottata una volta, poi hai paura anche dell’acqua fredda.” – sospira Collega 2.
“Ma che dici? – la zittisce quella – Non è che mi ferma la paura, anzi. E’ proprio che non trovo la materia prima.”
Boom! La sorpresa è enorme, l’incredulità immensa, lo sbalordimento é totale. E anche la soddisfazione, devo dire. Ma com’è possibile che una bella, brava, intelligente e stronza, sofisticata, non abbia sottocasa una fila di uomini disposti a battersi in duello per lei?  O anche solo che non trovi qualcuno disposto a fare 4 spensierate capriole in allegria, voglio dire. Non c’è logica, non c’è discernimento apparente.
E siccome in ufficio siamo tutti timidi, riservati e soprattutto estremamente rispettosi della privacy altrui che per carità, per noi viene anche prima del Papa e dell’amor di patria, parte immediatamente una discussione che vede coinvolto tutto il piano; perché si sa, un’analisi, per essere attendibile, deve avere un minimo di fondamento scientifico, quindi è ovvio che abbiamo dovuto chiedere un parere anche alla postina salita un momento per una firma al volo. E anche al pensionato che abita di fianco, che non c’entrava niente ed è un po’ sordo, ma era lì sul pianerottolo con le borse della spesa e non interpellarlo pareva brutto.
E così salta fuori che la Collega 1 è sì simpatica, bella e in formissima, ma mette ansia; perché devi sempre essere all’altezza, perché quell’aria un po’ severa evoca paure infantili mai sopite; che a rilassarsi ci si sente in colpa.
“Perché non c’hai sempre voglia di giocare per la Champions League. – spiega Mariolino - A lungo andare è più divertente fare la partitella scapoli-ammogliati.”
Ciumbia, che rivelazione. Quindi la perfezione non paga. Impegnarsi ad essere la casalinga perfetta, la donna perfetta, l’impiegata perfetta spaventa e non accontenta? Ma bene. Averlo saputo prima… avrei evitato di impegnarmi un rene per comprare l’ultima cremina miracolosa. Pazienza, la darò alle piante. In compenso però faccio ancora in tempo ad ignorare la pila alta un metro di roba da stirare; anzi, mi metto bella comoda sul divano, con la casa in disordine ma con un bel sorriso rilassato: perché che qualcuno mi venga a dire che gli metto ansia perché stiro troppo bene le camicie mi sembrerebbe davvero troppo. Eccheccavolo.

mercoledì 2 maggio 2012

E basta, Andrès...

Andrès è un dottorino quarantenne, alto, magro e un po’ ricurvo come una pianta di fagiolo. Non lo so se si possa definire bello, ma ha una sorta di ritrosia un po’ tenera e un po’ timida che mette in circolo l’ormone femminile. Piace quando sorride, piace quando non sorride. Sa di Spagna, sa di mare, sa di cose buone. E’ in Italia già da un po’, ma lavora qui da poco. Anche lui, come me, è “quello nuovo”.
La mattina viene su a salutare, due baci a ogni ragazza “Da noi si usa cossì, non farlo sarebbe scortesse.”, spiega. E noi giù di sospiri di ammirazione per la cortesia spagnola, per quelle R e per quelle S. E anche per tutto il resto, naturalmente.
“Andrès, ti vedo strano”, dicono a volte le ragazze.
“Es la resaca”, sorride lui. E Collega 2, che di tutte è la più sentimentalona, se lo immagina vittima della nostalgia di casa, della mamma e del profumo del mare, finchè un giorno l’Oreste, che di Spagna ne sa, scoppiando a ridere con l’occhio furbetto non spiega, “Ma quale madre e padre… questo qua la notte gli dà giù di calimocho e vin tinto… ecco perché la mattina ha la resaca.” In effetti, che il suo essere regolarmente stralunato fosse da imputare ai sintomi di qualche bevuta si poteva anche intuire.
Ma sarà la nostalgia della paella, il ragazzo è da capire. E i sospiri femminili continuano, anche se accompagnati da qualche occasionale preoccupazione per il suo fegato.
Una mattina la sua aria malinconica sembra qualcosa di più di una tecnica da marpione. Ci racconta della fatica di ambientarsi, ammette le difficoltà con la lingua. Collega 2 se ne esce subito con un “Gli italiani sanno come accogliere gli stranieri, perché hanno provato cosa vuol dire avere il cuore altrove”, e si offre di fargli un breve ma intensivo corso per un mese, di appena 800 ore.
“Più che un corso, una convivenza.”, osservo, ma il calcio che mi arriva prontamente sugli stinchi mi convince all’istante che l’Italia sia davvero il paese ospitale per antonomasia. E di certo non chiedo come mai non più di un’ora prima proprio lei abbia messo in fuga un marocchino che vendeva scope, gridando, “Se non te ne vai subito mando giù il cane”.
“No entiendo i modi de dire… no entiendo le battute… - spiega lo sconsolato Andrès – quando chiedo explicaciones i colleghi mi dicono sempre ‘basta con ‘ste domande, va in mona ti e la Spagna!’ E allora io chiedo: ma dime, donde està esta mona? E invece di rispondere che fanno? Si mettono tutti a rridere… io no entiendo, realmente no entiendo.”
Anche noi ci metteremmo a ridere, se non fosse che il povero Andrès sembra davvero atapirato.
Da un’approfondita indagine che prevede la somministrazione di biscottini fatti con le amorevoli manine della Collega 2 (perché si sa, il ragazzo è fuori casa e chissà come mangia, poveretto), viene fuori come i colleghi più anziani abbiano l’abitudine di fare qualche battuta in veneto stretto che lui, ovviamente, non può capire. E che rispondano troppo spesso alle sue richieste di chiarimenti con uno sbrigativo e spazientito “Ma va in mona Andrès!”, dove per mona si intende l’organo genitale femminile. Modo di dire ovviamente volgarissimo, in disuso nelle nuove generazioni, ma ancora ampiamente usato in alcune fasce d’età. E così capita che il povero Andrès venga mandato in quel posto più volte al giorno, un po’ da tutti, tanto che alla fine la fregola di conoscere dove sia quel posto, gli viene. Ma siccome i colleghi sono sì veneti, ma soprattutto son bastardi, si guardano bene dal chiarire il fraintendimento, tanto più che il vedere Andrès che domanda in giro dove stia quel posto suscita l’ilarità generale.
Comprensibile quindi l’amarezza di questo poveretto nel sentirsi sempre preso in giro.
Senza spiegare il significato letterale del termine tentiamo di spiegargli che si tratta di un’espressione scherzosa, usata tra amici, che non vuole assolutamente essere offensiva e che anzi, è indice di grande confidenza. Alla fine sembra aver capito, se ne va sollevato e quasi contento. E noi siamo pervase dallo spirito di aver compiuto una buona azione.
Certo, Andrès adesso saluta tutti con un caloroso e sorridente “Ciao tìo… e va in mona!”, ma dottori e pazienti sembrano più sorpresi che offesi. E anche il postino non sembra aversene a male, così come il tecnico della manutenzione mensile, i 5 fisiatri e gli 8 fisioterapisti. Al massimo qualche vecchietto ricambia con un “Anca ti caro.”
Ma può capitare che esageri, come oggi, quando dalla porta dell’ambulatorio mi ha regalato un bel “Ciao Michi… e me rrraccomando… in mona siempre!” alzando pure i pollici.
A questo punto potrei maledire i piccoli paesi, i veneti e i loro modi di dire (potevo mica nascere a Parigi?), ma so che è soltanto una fase, gli passerà. E comunque la faccia sbigottita e scandalizzata delle signore presenti mi ha già ripagato ampiamente di ogni cosa.
Quindi… ma va in mona Andrès!

sabato 28 aprile 2012

Scusi, ma com’era questa cosa del limite?

Nella strada che percorro tutte le mattine è tutto un divieto. In un tratto il limite di velocità è 70, in un altro 50, in un altro ancora 30 (gli venisse la diarrea spasmica a chi l’ha messo e anche a chi l’ha pensato), poi ancora 70, poi ancora 50 e così via. E naturalmente c’è il furgoncino delle immondizie che si ferma ogni 2x3, la corriera che fa fermate ad ogni albero, come i cani, poi l’ape car, l’ape cross, il gruppo immancabile di pirloni in bici da corsa e magari anche il vecchietto con il girello. Quindi non proprio un correre spensierati con il vento tra i capelli, ecco.
Ora, considerato l’orario infame, cioè le 8 di mattina, dopo che hai pensato a cosa metterti, che hai combattuto (e perso) una battaglia di 20 minuti buoni con le lenti a contatto, abbinato le scarpe (entrambe, dico) a tutto il resto, sceso di corsa 3 piani di scale, ripassato velocemente le parolacce conosciute perché il vicino ti ha lasciato 1 cm scarso per uscire dal cancello, che hai risalito di corsa 3 piani di scale (le chiavi!), che sei scesa nuovamente (altra strofinata sul cancello dove ti sporchi anche i vestiti e ripassi nuovamente le parolacce, inventandone stavolta anche qualcuna di nuova), quando sali finalmente in macchina e ti metti in strada, qualcuno ti può anche chiedere di guardare i segnali stradali? No. Certo che no. Tanto più che essendo i limiti così numerosi, alla fine uno li prende come una raccomandazione generica: un vai piano, sii prudente, toh. Non credo venga proprio richiesto il rispetto preciso del limite. E applico questa mia filosofia coadiuvata dagli automobilisti che vengono in senso contrario: alcuni li conosco, mi fanno i fari per salutarmi, ma altri non li conosco e mi sfanalano lo stesso per avvisare di eventuali poliziotti/carabinieri/vigili urbani/lavoro in corso vari. E così se incontro qualcuno che mi sfanala, io rallento. E poi faccio ciao ciao con la mano, che non si sa mai sia uno che conosco. E così è tutto uno sfanalare, un rallentare e un fare ciao. C’è gente che si stressa con molto meno, ma almeno evito le multe.
Stamattina però, la strada era deserta, si vede che erano tutti in week end lungo: c’ero solo io, e anche contando le borse sotto gli occhi per il sonno, si arriva a 3 anime. Aggiungiamoci pure le balle piene, arriviamo al massimo a 5. Ma nonostante ciò, chi lavora intrepido e ligio al dovere? La polizia, che mi si staglia davanti su un lungo tratto di rettilineo. Immediato, il panico: il limite sarà 70 o 50? Sarà mica 30?! Nell’incertezza, mi tengo sotto i 40, quasi mi si spegne il motore.
Ovviamente scatta la paletta. E vorrei vedere, ci sono solo io.
“Ma come mai va così piano?” – chiede il solerte e non stupido poliziotto.
Capisco che non c’è il limite dei 30 e mi rilasso. “Mah… mi godo questa bella giornata di sole.” Sorrido alzando le spalle. Lo sguardo che si scambia con il collega mi fa sospettare di non aver dato la risposta giusta.
“Se ne va a spasso di mattina presto?” mi chiede ironico.
“No, le pare… sto andando al lavoro.”
“Sentiamo, e a che ora comincia per prendersela così comoda?” indaga.
“9 – 9 e mezza” azzardo. Ecchecaspita, non è che mi puoi anche chiedere di fare i conti lì, su due piedi, di quanto tempo impiega una povera crista ad arrivare al lavoro andando a 38 km l’ora e di inventare anche un orario di entrata credibile. Che poi non sono mai stata brava in matematica.
“Dunque, ricapitolando – polemico d’un poliziotto! – lei stamattina ha visto questo bel sole – e si gira verso il collega per averne l’approvazione – si è alzata presto e ha detto, ma che bello, adesso mi faccio una bella trottata di 25 km ai 30 all’ora, mi godo un po’ la vista delle fabbriche, mi respiro un po’ di smog – e fa pure il gesto di respirare a fondo – poi con calma, senza fretta, me ne vado al lavoro. Giusto? Signorina, ma chi crede di prendere in giro? Crede che siamo fessi?”
Certo che no, ma non mi sembra il caso di spiegargli la mia filosofia sui segnali e nemmeno di confessare di avere un’idea piuttosto generica di quale possa essere il limite di velocità su quel tratto, quindi azzardo un “Be’, se non ho commesso nessuna infrazione, posso andare? Sa, non vorrei mai fare tardi…” A momenti gli parte un embolo.
“Favorisca patente e libretto, per cortesia.”, sibila.
E io favorisco. E poi è la volta del controllo delle gomme. E poi dei fanali. Poi tocca al bagagliaio, poi di nuovo al libretto e poi ancora alla patente. Niente, alla fine è costretto a lasciarmi andare.
“Vada, vada pure, ma non intralci il traffico andando così piano. Ha capito??”
Sì che ho capito e glielo dimostro ripartendo con una sgommata. Sullo specchietto lo vedo in una nuvola di polvere che mi urla qualcosa: così a occhio e croce penso mi abbia detto, “Buon lavoro e sii prudente”. E poi dicono che la polizia non è gentile…

mercoledì 25 aprile 2012

Tanti auguri e cin cin

Fare regali graditi non è mai semplice, trovare idee originali per persone che si conoscono da sempre non è cosa da poco, ricordare cosa si è già regalato e a chi, è impresa da titani. A volte. A volte invece alcuni regali restano talmente impressi nella memoria che diventa quasi impossibile dimenticarsene, anche quando magari si desidererebbe tanto poterlo fare. Soprattutto quando regalare qualcosa a qualcuno può sembrare un accanimento crudele. Come al nostro amico Massimino, per esempio.
C’é stato un tempo in cui nessuno tra gli amici voleva occuparsi di comprare i regali, preferendo delegare la scelta a me: che se darmi dei soldi e sperare che io li spenda in doni utili è di un’ingenuità pazzesca, mettere del denaro in mano a me, Gianlu e Simo è come consegnare una bomba a dei bambini.
Per cui, negli anni, trovandoci noi refrattari all’idea del solito maglione, essendo in disaccordo sulla scelta del colore del set dell’alpinista esperto, Massimino ha avuto la gioia di ricevere:
un mini corso di nuoto con personal trainer (carinissima peraltro), durante il quale già al primo tuffo ha avuto la sventura di perdere il costume che gli avevamo regalato, purtroppo di una taglia in più; ancora oggi si ostina ad incolpare noi della figuraccia, l’ingrato;
un abbonamento di massaggi in un Centro in cui ha fatto irruzione la polizia (capisco che dare spiegazioni mentre si è in mutande non sia piacevole, però nella foto sul giornale è venuto proprio bene, l’ha detto anche la sua mamma; e poi tutto fa esperienza: adesso sappiamo che se un posto è frequentato unicamente da uomini il motivo non può essere solo il prezzo conveniente;)
una minicrociera che prometteva 3 scali da sogno, purtroppo rimasti tali a causa del maltempo; d’altra parte, lo stesso viaggio in alta stagione sarebbe costato troppo, così come una cabina lontana dai motori della nave; e poi quante storie per un po’ di rumore… e comunque il rapporto tra le esalazioni di gasolio e il ricovero in infermeria non è mai stato dimostrato;
una bambola gonfiabile, chiamata Venerina; perché diciamolo, Massimino adesso fa tanto il figo, sta mettendo su casa con una sventolona bionda con 2 lauree, ma c’è stato un momento, mille anni fa, in cui come dire, non batteva chiodo; e siccome era abbastanza intelligente da prendersi in giro su questa cosa, noi 3 geni avevamo pensato di fare gli spiritosissimi comprandogli un regalo in un sexy shop, salvo poi ridacchiare imbarazzati come educande una volta entrati. E lì, tra un’occhiata a titoli misteriosi come Belle o Brutte se le Famo Tutte, Da Tronista a Trombista, tra un vagare divertito fra lingerie commestibili, manette, frustini e catene, non ti avevamo scoperto la Venerina. E fu subito amore: nel giro di pochi minuti la signorina aveva letteralmente preso forma sotto i nostri occhi, gonfiata da un distinto ed elegante commesso che ne aveva illustrato tutte le caratteristiche con professionalità e precisione, sforzandosi signorilmente nel contempo di ignorare Gianlu e Simone che alle sue spalle stavano dando sfoggio di grande maturità rincorrendosi l’un l’altro con degli enormi cosi in mano. Poi, sempre con invidiabile competenza ed aplomb, il tipo aveva evidenziato usi e vantaggi di una serie di altri optionals devo dire niente affatto noiosi, ma a quel punto Gianlu stava facendo l’imbecille con un estintore ed avevo dovuto tagliar corto.
Ma visto che è passato tanto tempo e che siamo in argomento, tengo a precisare che non è stata colpa nostra se tornato a casa un po’ provato dalla serata, Massimino ha abbandonato la Venerina in cucina. Certo, capisco il suo sconcerto la mattina dopo nel trovarsela davanti completamente vestita, ma non potevamo immaginare che sua madre fosse talmente pudica da volerne per forza coprire le vergogne e così ospitale da sederla al tavolo della colazione. Certo comprendo anche che un bambolotto gonfiabile con indosso la camicetta a pois e la gonna svasata della madre sia una visione perversa e inquietante, difficile da cancellare, così come non deve essere stato affatto facile affrontare lo sguardo esterrefatto del padre che bevendo il caffelatte si chiedeva silenziosamente dove avesse sbagliato con quel figlio. Ma ripeto, non è colpa nostra. Così come non possiamo essere incolpati del fatto che il nipote abbia scritto nel tema, “Mio zio ha un bambolotto gonfiabile, lo tiene nell’armadio.” Che poi mi rendo conto dell’imbarazzo provato dai genitori per essere stati convocati a scuola, ma la domanda se la vicinanza di un tale zio fosse da ritenere opportuna per il bimbo mi è sembrata un filino esagerata.
Così, detto tra noi, come mi sembra un tantino sproporzionata anche la reazione di Massimino, che quest’anno rifiuta categoricamente di festeggiare il suo compleanno ed ha anzi diffuso un sms preventivo che dice “niente regali grazie, preferisco vivere”. Ma paradossalmente é stato proprio così che ci ha fornito l’idea: un corso di agricoltura teorica e pratica. Aria aperta, movimento fisico, un po’ di cultura… ditemi voi se non è vivere questo; e non è nemmeno un regalo, perché noi copriamo solo una parte delle spese, il resto se lo deve pagare lui. Adesso ci manca solo il completino del perfetto zappatore.
Ma chissà come sarà contento Massimino… non vedo l’ora di dirgli che a fine corso potrà tenere la piantina di prezzemolo (certo, se la paga, ovviamente).